PERLE DI SAGGEZZA

Perle di saggezza

Tefedest, méharée au Sahara Central (L. Carl e J.Petit, Arthaud 1953)

di Lorenzo De Cola


Un libro avvincente, del tempo in cui Tamanrasset si raggiungeva con i camion Berliet, e il periplo da Tam a Hirafok, Mertoutek, la catena del Teffedest fino al Garet el Djenoun (la montagna dei Djinn, spiriti) lungo lo oued Irharhar,  e poi a Sud lungo il lato W fino a Mertoutek, e poi In Amguel e poi ancora a S fino a Tam; questo periplo era possibile solo a cammello, con pochissima acqua, e a prezzo di fatiche epocali.
E il tutto per la Mission Hoggar del 1950 (missione archeologica).
Non farò commenti, ma dico che tutti coloro che hanno a cuore la preistoria del Sahara devono leggere questo meraviglioso "romanzo"  che riporta i primissimi tentativi di ottenere (da Frison-Roche e dal suo interprete) informazioni da un cacciatore di mufloni, a proposito di iscrizioni e incisioni su pietre...
Scopriamo o Riscopriamo una caratteristica che MOLTO ci intriga anche a proposito delle incisioni (e pitture) del J. Awenat, e cioè lo stupore dato dallo scoprire l'altitudine delle incisioni avvistate.
Da una precedente spedizione alpinistica.
Scopriamo o riscopriamo lo stupore e la grazia delle prime descrizioni di incisioni.
E cose che avevamo francamente dimenticato: la steatopigia delle figure femminili di un riparo di questa regione.
La stessa steatopigia della venere di Hohle Fels per intenderci.
D'accordo, nessuno come i francesi è riuscito a conquistare il grande pubblico tramutando in racconto una vicenda scientifica, privata di gran parte di dati, di misure (esposte altrove), ma che pulsa, che attrae il lettore proprio per il fatto cher la molla propulsiva di tutto l'avventuroso viaggio è la conoscenza della storia e preistoria.
Leggere questo libro significa divertirsi, sognare e ringraziare quei pionieri che percorsero a piedi distanze immense per segnalarci forme d'arte in regioni remote.
E perchè no, progettare assieme ad altri Zerzuriani D.O.C come noi una perlustrazione pedestre alle estreme propaggini del nulla.

 

Le acacie affogate

di Lorenzo De Cola


Nel suo gran bel libro "Touaregs - chronique de l'azawak" (editions Plume, 1991), Edmond Bernus, assieme alla sua trentennale esperienza di vita con i Tuareg nigerini ci trasmette un'infinità di notizie, aneddoti, saggi di sapienza nomade ecc.
E alcune curiosità.
Le località di Tabalak- Kéhéhé (Niger) sono caratterizzate da due stagni che nel 1991 formavano una sorta di lago, fin dal 1963. I grandi esemplari di Acacia Nilotica nella parte più bassa del bacino, e che una volta emergevano più mesi all'anno, muoiono. Ma non di siccità. Si tratta di asfissia poichè l'acqua piovana non essendoci tappeto erboso si concentra col passare del tempo nei punti più bassi e letteralmente affoga gli alberi (pag 150).
L'acqua uccide quel che la siccità risparmia.
Apprendiamo anche che tra i Tuareg (quelli che migrano annualmente) esiste una malattia l'aneghu, che è dovuta alla carenza di the e che si traduce in dolori vari e nel sintomo dello scolorimento della pelle (pag 47).
La serietà dell'autore, ricercatore associato all'ORSTOM (Istituto francese per lo sviluppo della cooperazione) ci impedisce di inarcare le sopracciglia.
E poi anche lui parla degli antichi giganti, gli Ijobbaren, appartenenti alle tribu degli "uomini di allora", i Kel Irou (pag 90), e poi di un piccolo gruppo di Tuareg a me assolutamente sconosciuto e non credibile (se non ci fosse a garanzia l'autorevolezza di Bernous) gli Iberogan , gruppo di Tuareg neri parlanti una lingua basata sulla lingua Songhai, che essi condividono con un piccolo gruppo di Igdalen (Tuareg ?) bianchi. Gli Iberogan sono pacifici, non fanno mai la guerra (il che tra i Tuareg li colloca per me tra i ...figli dei fiori), il che li squalifica come deboli. Questa nomea non compensa la notorietà come eruditi religiosi (avete capito bene), consultati anche da parte di abitanti di lontane regioni. (pag 112)
Scopriamo quindi che anche tra i Tuareg la razzia e la capacità di sopravvivere dove altri non riesscono, assieme allla conoscenza monopolistica di vaste aree NON sono i valori guida di tutta questa etnia o gruppo sociale strutturato che dir si voglia.
Almeno un piccolo gruppo....
Non l'avrei mai pensato.

 

di Lorenzo De Cola

Bedu è il nome con il quale Stefano Malatesta, che commenta Wilfred Thesinger (autore di Arabian Sands), definisce i Bait Kathir, i Rashid, gli Awamir e gli altri ristretti gruppi di nomadi, gli unici in grado di sopravvivere nelle terribili distese desertiche della penisola araba.
Malatesta riporta che Sultan, un Bait Kathir, riferisce a Thesinger che a questi nomadi hanno la capacità di poter non bere per lunghissimi periodi, nutrendosi di carne di dromedario e bevendo il loro latte.
A loro volta i dromedari potevano non bere per un periodo massimo di venti giorni, ma riuscivano in alcuni anni fortunati a restare tra le sabbie a causa del pascolo (avete capito bene) che si crea nel deserto, anche per lunghi periodi, fino a tre anni (avete capito bene) a causa di alcune rare ma provvidenziali piogge.
Non mi è chiaro il nesso causale: sta bene che i cammelli pascolino, ma poi entro i venti giorni devono essere di ritorno all'abbeverata.
E i cammellieri?
Perchè mai dovrebbero starsene senza bere?
Per quel che ne so alcune etnie subsahariane (Peulh) e anche in Africa equatoriale (Maasai) bevono regolarmente il latte del loro bestiame, ma non sono a conoscenza di capacità di resistenza così prolungate. Non mi quadra.
Conosco un proverbio Tuareg che dice Aman Iman ! Akkh essouda! e cioè L'acqua è la vita (ma) il latte è la forza!
Quel che conosco io forse conta pochino...
Qualcuno di voi ha letto Arabian Sands e può confermare o meno Malatesta? (Stefano Malatesta Il Gran Mare di Sabbia, 2001)
Dico questo perchè il nostro presidente non è del tutto d'accordo su alcune affermazioni contenute nel capitolo tre di questo libro che tratta di un tal Ladislao...
Capitolo tre e alimentazione estrema dei "Bedu"a parte, è una lettura che consiglio

 
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