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New Perspectives on the Western Desert of Egypt
Università del Salento, Lecce (Italy)
20-24 September 2009

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Chi l'ha conosciuto sa che non potrà più esserci un personaggio simile a lui.....quest'ora avrà già aperto le porte di rame di Zerzura...

ci scrive Agostina D'Alessandro Zecchin....

E' stato un personaggio veramente straordinario, non so bene adesso come ricordarlo...
Mi viene però sempre in mente quando eravamo in una situazione di estrema tensione sopra il plateau del Gilf Kebir, dove sinceramente non sapevamo più come diavolo uscirne vivi, sopra un effimero fazzoletto di altopiano non più largo di due metri, ultimo residuo in mezzo a due inquietanti baratri di almeno 400 m di profondità.

Stavamo andando in giro a piedi come disperati cercando una improbabile via di uscita quando io e Romano per caso vedemmo improvvisamente Benito che si lanciava giù dalla scarpata più ripida della falesia, quella a nord.
Entrambi pensammo al peggio, a un tragico momento di sconforto e solitudine dovuti a giorni di inconcludente girovagare, e ci precipitammo pensando di non riuscire neanche a scorgere i miseri resti del povero Benito, ben 400 m più in basso.
Avvicinandoci vedemmo improvvisamente Benito miracolosamente risorgere con mezzo busto che sovrastava sul plateau.
Sorrideva felicemente, con le mani posate sui fianchi, perché aveva messo l'autoscatto e sapeva benissimo che c'era un basello appena sotto la scarpata.
Chissà se si potrà ritrovare quella memorabile fotografia...

Ho avuto il raro privilegio di conoscere personalmente Erminio benito Piacenza...è stato un mito nella mia infanzia e nella mia adolescenza. Le parole che gli avete dedicato mi hanno profondamente colpita e commossa. Ho pubblicato un articolo per la testata on line per la quale scrivo,per rendergli omaggio.
Si intitola Le porte di Zerzura.
Nelle mie parole, inadeguate al suo valore, ma colme di ammirazione e affetto,lo riconoscerete. Talmente in gamba da non aver bisogno di dimostrarlo.


Le porte di Zerzura


“E’ così in gamba da non aver bisogno di dimostrarlo”.


Questa frase, nel film Un dollaro d’onore, (non un semplice western ma un capolavoro di profondità e leggerezza mozartiane, come ebbe a definirlo il Morandini) era riferita all’abilità con la pistola di Colorado[1], ma la trovo perfettamente adatta a definire Erminio Benito Piacenza, geologo, il signore che la foto ritrae, chino sulle rocce, nel deserto.


E’ uno dei più importanti esperti italiani di mineralogia.

 

Il dott. Erminio Benito Piacenza, che tutti chiamavamo Erminio, l’ho conosciuto da bambina e l’ho rivisto molte volte, anche se viveva da oltre trent’anni a Milano.

Non è famoso, nel senso che comunemente si attribuisce a questa parole, ma a parte il fatto che ciò a lui non interessava, (come non gli interessavano le ricchezze), basterebbero le collaborazioni, le lezioni negli atenei, le menzioni nelle pubblicazioni dei più grandi musei di Scienze Naturali, le spedizioni e i viaggi in ogni parte del mondo per mostrare, almeno in parte, quanto valeva.

L’eccezionalità di questa persona, che fa parte della mia infanzia e adolescenza, è molteplice.
Non è possibile qui fare un elenco delle ricerche, degli scritti, degli studi, dei viaggi da lui compiuti, con altri scienziati internazionali e con l’amato fratello gemello, Franco Italo.

Se da bambina consideravo Erminio, maggiore di molti anni, una figura mitica, che “sapeva tutto di tutto”, oggi, da adulta, il mio giudizio è praticamente lo stesso.

febbraio 2007 si vedono Benito e Giampaolo Sighinolfi (prof. ordinario al Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università dei Modena e Reggio Emila). La foto fa un po' sorridere considerando il contesto e sopratutto i due personaggi..... che sono in evidente difficoltà di .... vestiario..
ecc... :-)

La sua conversazione spaziava dalle gelate distese di Tunguska alle misteriose e splendide Pietre Verdi, dall’iridescenza della livrea nei coleotteri alla leggendaria città scomparsa di Zerzura, dall’origine del nome Akela alle tecniche di carotaggio minerario, dalle ricerche di giacimenti uraniferi in Tanzania a cosa dava il colore rosso al sangue.

Regalò a mio fratello e a me il nostro primo microscopio, e devo a lui, e ai libri che mi regalava, la passione per i minerali e i fossili. Passione che mi ha fatto diventare una modesta collezionista, incantata e affascinata da un geode, un nummulite[7], un frammento di legno silicizzato o un cristallo di quarzo più che da qualsiasi gioiello.

(Chiedo scusa a chi sa tutto di queste cose, per aver inserito molte note a piè di pagina. Esse vogliono essere soltanto un richiamo alla memoria, per gli adulti, e un piccolo insegnamento a qualche bravo ragazzino che eventualmente mi leggesse).

Interessante, modesto, semplice, con la testa fra le nuvole, come si conviene ad ogni scienziato, Erminio possedeva fossili, minerali e gemme di valore inestimabile eppure viaggiava su macchine vecchissime, talvolta malandate.

Ciò destava l’ilarità degli stupidi e la tenerezza affettuosa di chi lo conosceva, lo apprezzava e lo amava… moglie, figlie, fratelli, amici, studenti e colleghi.

Rimase memorabile uno dei suoi viaggi di studio, per una località all’estremità della penisola, viaggio iniziato sotto i peggiori auspici, con l’automobile che si rifiutava di partire e che si mise in moto, tossendo e gemendo, solo dopo molti tentativi e le spinte provvidenziali di amici e parenti.

Chiunque altro avrebbe desistito. Non lui.

Con un eufemismo potrei dire che da qualche settimana Erminio non c’è più, ma non lo farò, perché considero Erminio semplicemente in una dimensione parallela, nella quale ha ritrovato il suo gemello, che appena pochi mesi fa l’ha preceduto.

BENITO PIACENZA (15.7.1940-14.10.2008)

Venuto a mancare improvvisamente il 14 ottobre scorso, Benito Piacenza era nato a Verona ed a Verona aveva frequentato gli studi tecnici e contemporaneamente il Museo di Storia Naturale di Lungadige Porta Vittoria, dove il conservatore Angelo Pasa riusciva a coltivare in lui l’innato e intenso amore per le scienze della Terra. Di conseguenza il primo lavoro portò Benito Piacenza in giro per l’Italia a raccogliere esemplari di interesse didattico per la ditta Radius di Padova ed a formare innumerevoli collezioni specializzate per le scuole superiori. Negli anni dello sviluppo delle ricerche uranifere, Benito Piacenza fu assunto come prospettore dall’AGIP ed inviato dapprima nel Congo Belga ed in quello Francese, poi in Bolivia, dove conobbe la futura moglie. Tornato in Italia, fu inviato come tecnico, nei primi anni Ottanta, presso la miniera uranifera di Novazza in Val Seriana,dove rimase alcuni anni. Tornato a Metanopoli-San Donato, condusse il laboratorio sezioni lucide e sottili Agip SGEL: famose sono rimaste nell’ambiente le sue sezioni sottili di formato spettacolare, anche13x18. Nel contempo iniziava una proficua collaborazione con l’Istituto Gemmologico Italiano, per il quale ha tenuto per oltre tre lustri il corso serale di taglio delle gemme. Al 1991 data la collaborazione con la Fondazione Luigi Negro per lo studio del Libyan Desert Silica Glass. Da allora e fino al 2007 ha partecipato a sette spedizioni nel Gran Mare di Sabbia in Egitto per definire l’area di distribuzione del vetro e studiarne la struttura microscopica e le inclusioni: è stato il primo nel 1996 a metterne in evidenza la tessitura occhiadina con la catodoluminescenza. Nel 1994 la sua collezione mineralogica è stata acquisita dal Museo Civico di Storia Naturale di Milano.
Sempre di buon umore, amante della vita e della Natura, di grande modestia e padre affettuoso, Benito Piacenza lascia due figlie e quattro belle nipotine.

Ora, di nuovo insieme, più ancora di prima, i gemelli leggeranno nei misteri della Natura e nelle sue infinite bellezze, con l’appassionata meraviglia e l’infinito stupore che accomuna scienziati e bambini, chiedendo lumi, ora, direttamente a Chi ha creato ogni cosa.

C'è una sorta di poesia, amara eppure rassicurante, nella loro scomparsa, così vicini nel tempo, la conferma, se ancora ne avessimo bisogno, di quanto in simbiosi vivano questi fratelli speciali.

Questo scritto non vuole essere un inutile epitaffio elogiativo, né la consueta, e altrettanto inutile, beatificazione post-mortem.

Ci sono persone che non hanno bisogno dell’uno, né dell’altra.

Ma, anche se ci sono cose più attuali, ci sono cose più utili, problemi più pressanti di cui parlare, la politica, la sicurezza, la crisi economica…rallentare un momento, fermarsi e leggere di queste vite, felici e piene, nello studio, nel lavoro, anche nei sacrifici, forse ci fa bene.

Fa bene pensare che ci sono accanto a noi persone così rare, che hanno saputo vivere senza essere contaminate e neppure sfiorate da certe moderne schiavitù, come il successo, l’affermazione personale, il denaro. Persone che non hanno cercato mai l’effimero trionfo sulle persone e sulle cose, ma hanno, in ogni momento della loro laboriosa, studiosa, semplice eppure ricca esistenza, messo a frutto i talenti ricevuti.

Una giovanissima scrittrice, a me molto cara, in un compito in classe scrisse che studiare è il modo migliore di pregare, per ringraziare Dio, dell’intelligenza e della salute ricevute.

Questo sicuramente Erminio l’ha fatto.

Può essere anche un esempio, di come ci si possa realizzare pienamente, essere anche felici, pur senza guadagnare le copertine dei giornali, senza incrementare i conti in banca, senza ostentazione, senza una qualsiasi grancassa che amplifichi meriti e valore.

Ora finalmente la città misteriosa e introvabile di Zerzura ha aperto per lui le sue lucenti porte di rame, così a lungo cercate.

A.Z.

Colorado, interpretato da un giovanissimo Ricky Nelson, viene così descritto da John T. Chance- John Wayne.
30 giugno 1908, ore 7,17 "qualcosa" precipitò dal cielo della Siberia, nella Tunguska Pietrosa, devastando un' area di oltre 2000 chilometri quadrati, sradicando e disintegrando qualsiasi cosa, liberando un vento infuocato e radioattivo che inaridì il territorio.


Sulle origini dell' oggetto causa dell' esplosione della Tunguska sono state formulate diverse ipotesi: dal meteorite alla cometa, al mini-buco nero, al frammento di antimateria, all' astronave extraterrestre in avaria esplosa in volo.
E’ un minerale unico e di grande bellezza. Il colore giallo-verde-azzurrino e la buona trasparenza lo rendono un materiale gemmologico, dall’origine misteriosa. Secondo la teoria più accreditata, fu “creato” da un meteorite, entrato nell’atmosfera terrestre ad una velocità elevatissima, esplodendo a 10-12 chilometri dalla superficie del deserto. Le temperature elevatissime provocarono la fusione del quarzo contenuto nella sabbia . Il lento processo di raffreddamento determinò la trasparenza del “silica glass”.
La misteriosa città di Zerzura, già conosciuta nel Medioevo, si troverebbe a Ovest dell'oasi di Dakhla. Fin dagli anni ’30, cercata , invano, in molte spedizioni, custodirebbe al suo interno pietre di rara bellezza.
Lupo capo del Branco,personaggio del Libro della Giungla, responsabile dei “lupetti” nei boy-scout
Il colore e' dovuto all' emoglobina, una sostanza presente nel sangue, che quando si combina con l'ossigeno, che inspiriamo, provoca una reazione chimica dando origine al rosso-sangue.
Animale fossile marino, del periodo terziario, appartenente al genere dei Foraminiferi, dal guscio calcareo rotondo, simile a una monetina



PYR - Grazie Azera, un ricordo molto bello.
Non sapevo del nome Erminio, da noi era noto come Benito, anzi spesso col suo nomignolo "Benny"...
A proposito del nome Benito una volta mi spiegò che quando i suoi genitori lo vollero battezzare ai tempi del fascismo, il podestà (credo di Verona) obbligò il padre a dargli il nome "Benito" perché il cognome "Piacenza" gli sembrava in odore di famiglia di origine ebraica, e così si compensava...
Avendolo conosciuto abbastanza bene, credo che effettivamente abbia raccontato una storia vera.

Azera - Il fatto che il suo gemello si chiamasse Italo Franco, confermerebbe questo, vero?
Ma che persone speciali, erano, anzi, sono.Impossibile dimenticarli.
Grazie a voi tutti che mi ospitate...sì, l'ho stimato molto anche per le sue qualità umane: semplicissimo e modesto, quando avrebbe potuto umiliare un sacco di gente con le sue conoscenze, con i suoi studi...E, più di tutto, mi fa piacere riconoscerlo in ciò che voi, compagni di viaggi ed esplorazioni dite di lui.
Azeta



Benito Piacenza

di Camillo Pessina (geologo)

“E’ così in gamba da non aver bisogno di dimostrarlo”(2)

Un’ uomo eclettico.

E’ mancato il 14 di ottobre di quest’anno, causa un attacco cardiaco, Benito Erminio Piacenza, un’ altro degli “Uomini dell’uranio” di Val Vedello; aveva sessantasette anni. Nella morte ha seguito di pochi mesi l’amato fratello gemello Italo Franco, paleontologo, grande esperto di fossili.

Benito - perché così noi dell’Agip l’avevamo sempre chiamato - mi raccontava che i nomi Benito e Franco furono imposti ai tempi del fascismo dal Podestà, quando i suoi genitori li vollero battezzare, perché il cognome "Piacenza" sembrava in odore di famiglia ebraica.

I lettori si chiederanno chi fosse mai quest’uomo del quale quasi sicuramente sentiranno parlare per la prima volta. Benito - veneto dal carattere dolcissimo e dall’innata curiosità, irresistibilmente attratto dai fenomeni naturali - non era laureato e non era diplomato; autodidatta, era diventato con il tempo, grazie ad una genialità portata a volte al limite della stramberia, un grande conoscitore di minerali e esperto intagliatore di pietre preziose, al punto d’essere frequentemente chiamato “dottore”.

Il ritratto che ha fatto di lui Agostina Zecchin (2) che l’ha conosciuto sin da bambina è così bello e reale che lo propongo ai lettori di “All’Ombra del Rodes”:

“La sua conversazione spaziava dalle gelate distese di Tunguska alle misteriose e splendide Pietre Verdi, dall'iridescenza della livrea nei coleotteri alla leggendaria città scomparsa di Zerzura, dall'origine del nome Akela alle tecniche di carotaggio minerario, dalle ricerche di giacimenti uraniferi in Tanzania a cosa dava il colore rosso al sangue. Interessante, modesto, semplice, con la testa fra le nuvole, come si conviene ad ogni scienziato, Erminio possedeva fossili, minerali e gemme di valore inestimabile eppure viaggiava su macchine vecchissime, talvolta malandate. Ciò destava

l'ilarità degli stupidi e la tenerezza affettuosa di chi lo conosceva, lo apprezzava e lo amava… moglie, figlie, fratelli, amici, studenti e colleghi. Con un eufemismo potrei dire che da qualche settimana Erminio non c'è più, ma non lo farò, perché considero Erminio semplicemente in una dimensione parallela, nella quale ha ritrovato il suo gemello, che appena pochi mesi fa l'ha preceduto. Ora finalmente la città misteriosa e introvabile di Zerzura ha aperto per lui le sue lucenti porte di rame, così a lungo cercate”.

Come dipendente Agip, Benito aveva partecipato alle ricerche uranifere che l’Eni compiva negli anni settanta in Italia, in Zambia, nel Congo Brazzaville e in Bolivia, dove conobbe una ragazza che divenne poi sua moglie, deceduta l’anno scorso, lasciando un vuoto incolmabile nel suo cuore. Benito aveva lavorato in Val Vedello producendo per l’area posta a cavallo con l’alta Val Seriana un magnifico plastico topografico alla scala 1:5.000. Il plastico era costituito da tanti blocchi che separati avrebbero permesso la visione geologica dell’ interno del gruppo montuoso.

Delle rocce e dei campioni minerari della Val Vedello, Benito aveva eseguito numerose e splendide sezioni sottili e lucide, necessarie al compimento degli studi petrografici e minerografici al microscopio. “Uniche” le “controimpronte” fotografiche che era riuscito a realizzare per le rocce uranifere. Benito ha contribuito allo studio di alcuni minerali (3) della Val Malenco.

Da ex dipendente Agip in pensione insegnava all’Istituto Gemmologico Italiano di Milano. Docente di “taglio e lavorazione delle gemme” aveva ricevuto incarichi di insegnamento dalla Provincia di Milano. Novello Indiana Jones, partecipò ad alcune spedizioni scientifiche nel Sahara egiziano e libico, irresistibilmente attratto dalle bellezze naturali e dai numerosi misteri che esso ancora cela.

Come Heinrich Schliemann trovò l’antica città di Troia ed il "Tesoro di Priamo" riferendosi ai poemi omerici, così altri esploratori, basandosi su antiche leggende arabe, fecero stupefacenti ritrovamenti. Esse raccontano che nel “mare di sabbia” c’erano l’antica città scomparsa di Zerzura, "bianca come una colomba", il mitico sito del “vetro delle stelle” e le perdute cave di ocra di Cheope. Benito insieme ad altri ricercatori ritrovò e studiò alcune di questi mitici luoghi e di tutte queste sue esperienze teneva numerose conferenze.

Ho parlato con lui al telefono la settimana prima che morisse. Mi colpì in lui - nonostante gli anni passati - il rammarico per il trattamento riservato agli ex uranio Agip, considerati dai colleghi del petrolio come degli appestati, dei radioattivi, degli untori da evitare.

La Nefrite della Val Malenco (Sondrio) (3,4)


La Val Malenco è nota per fornire un gran numero di minerali. Recentemente è stato rinvenuto un nuovo minerale - una varietà di giada - molto utilizzato e commercializzato nel mondo; la nefrite (la parola deriva dalla parola greca nephros “rene”) e trovato da Pietro Nana. Tale rinvenimento fu annunciato ufficialmente nel Gennaio 2002 al Fourth Symposium of the Federation for European Education in Gemmology(3). La giada fu scoperta in una vecchia miniera di talco presso l’Alpe Mastabia, ad un’altezza di circa 2100 metri sul versante orientale del Monte Disgrazia.

Benito Piacenza, Vincenzo de Michele e Giuseppe Liborio, hanno studiato le caratteristiche di questo nuovo minerale. Il materiale è in apparenza massivo con lucentezza cerosa. Il colore varia da verde mela a verde chiaro a giallo verdastro. E' traslucido e può contenere rosette fibroso-raggiate, visibili ad occhio nudo, di un minerale biancastro identificato come tremolite. Di fatto, le analisi chimiche quantitative e i diagrammi di diffrazione X hanno individuato come costituente principale una tremolite lievemente ferrifera. I parametri chimici sono molto vicini a quelli della nefrite classica di Khotan, nella regione cinese dello Xinkiang, ricordata anche da Marco Polo. L'antica giada intagliata in Cina era quella che ora chiamiamo giada nefrite: un minerale anfibolito. Nel 19° secolo, si scoprì che un simile materiale che proveniva del nuovo mondo non era lo

stesso minerale della giada cinese. Il minerale dell'America centrale, un pirossene, fu chiamato giadeite per distinguerlo dalla nefrite originale.

Il plastico topografico della Val Vedello. Esteso dalla cima del Rodes alla Punta di Scais sino al massiccio del Redorta; comprende oltre l’intera Val Vedello anche l’alta Val Caronno, l’alta valle di Fiumenero e parte della Val d’Ambria (foto C. Pessina).

Il Silica Glass, il “vetro delle stelle” e il pettorale di Tutankhamon (1)

Una leggenda araba

Un manoscritto medievale arabo che parlava delle piste del deserto libico, riportava questo avvertimento: Le carovane che attraversano il deserto da Abu Minqar (Egitto) a Cufra (Libia) devono fare molta attenzione. C’è una vasta regione dove il terreno è cosparso di ” pietre verdi” bellissime ma taglienti che possono ferire le zampe dei dromedari. Molti viaggiatori le cercarono nel corso dei secoli senza risultato. Ci riuscì nel 1932 un esploratore inglese, Patrick A. Clayton, che ne portò a Londra alcuni frammenti.

L’anno successivo al ritrovamento fu accompagnato in una nuova spedizione dal dr. Spencer del British Museum che diede a questo minerale il nome di “Silica Glass”; lo giudicò talmente bello e prezioso da esporlo al British Museum, tagliato a forma di gemma.

Ci riprovò una spedizione italiana ; la spedizione Castiglioni-Negro nel marzo/aprile del 1996. A questa spedizione alla ricerca del “silica glass” hanno partecipato oltre al dr. Vincenzo De Michele, il prof. Romano Serra, Benito Piacenza, il dr. Ali al-Barakat, geologo dell’Università del Cairo e Luigi Balbo, fotografo della missione. Anche se a tutt’oggi non sono stati ancora chiariti tutti i “misteri” che avvolgono il “silica glass”, sappiamo (è la teoria più accreditata) che questo minerale formatosi circa 28,5 milioni di anni fa, sembra sia stato generato da una cometa o da un meteorite entrato nell’atmosfera terrestre ad una velocità elevatissima, esplodendo ad una altezza di 10-12 chilometri dalla superficie del deserto. Le alte temperature provocarono la fusione delle sabbie silicee del deserto. Il successivo, lento processo di raffreddamento determinò la trasparenza del “silica glass”.

La gemma centrale del pettorale di Tutankhamon (foto a lato) rappresenta “Khepri”, lo scarabeo, che incarna il sole nascente. Si credeva che “Khepri” fosse di calcedonio.
Nel 1998 un’equipe italiana - composta da Gian Carlo Negro, da Vincenzo de Michele, Romano Serra e Benito Piacenza - fu autorizzata dal Museo Nazionale Egizio del Cairo ad analizzare, con metodologie gemmologiche non distruttive, questo scarabeo.
I risultati hanno accertato in modo inequivocabile che non è di calcedonio, come si era sempre creduto, ma di “silica glass”

Il silica glass è un minerale unico e di grande bellezza. Si presenta in blocchi di diverse dimensioni e il colore giallo-verde-azzurrino e la buona trasparenza lo rendono addirittura un materiale gemmologico. Non è quindi un vetro comune (come potrebbe essere l’ossidiana), ma un vetro siliceo molto puro con oltre il 98% di silice ; in pratica un vetro naturale. Il deposito si trova nel “Great Sand Sea”, il “grande mare di sabbia”; uno dei deserti più inaccessibili del pianeta: La regione si estende ad ovest del Nilo in territorio egiziano sino al deserto libico.

L’ ocra dei faraoni

Benito Piacenza partecipò a studi(5) recentemente fatti su” l’ocra dei faraoni”, i cui depositi sono stati rinvenuti nel Sahara orientale.

L'ocra è stato il colorante più diffuso al mondo, dalla preistoria fino a metà Ottocento.

Nel gran mare di sabbia del deserto più arido e inospitale della terra, tra Egitto e Libia, si trova un'enorme cava di ocra rossa intagliata in terrazzi argillosi. Cheope che volle per sé la piramide più grande e magnifica, volle anche l'ocra del deserto e per procacciarsi il rosso pigmento inviò i suoi uomini in rischiosissime missioni.

Il rosso pigmento è ripetutamente nominato in 26 sigilli di pietra e 50 frammenti di ceramica incisa scoperti di recente (l'annuncio è del 28 aprile scorso) vicino alle piramidi di Giza. Narrano di una missione militare di 400 uomini inviata da Cheope nel deserto proprio per raccogliere ocra rossa.

L’ocra di buona qualità qui rinvenuta in grande quantità è costituita sostanzialmente da una argilla caolinica in cui sono contenuti rossi pigmenti di ematite (ossido di ferro).

Dalmine(Bergamo) 30 novembre 2008

Riferimenti

(1) - Castiglioni Alfredo e Angelo. Il pettorale di Tutankhamon e il "Silica Glass". (da: Leggende e misteri del deserto). http://www.cigv.it/ilviaggio/neldeserto.html

(2) - D'Alessandro Zecchin Agostina (Novembre2008). Le porte di Zerzura.

www.dabicesidice.it

(3) - De Michele V., Liborio G., Nana P., and Piacenza B.(2002).

Nefrite della Val Malenco (Provincia di Sondrio, Lombardia, Italia).

Bollettino dell’Istituto di Mineralogia “F. Grazioli”, 1/2002,13-15.

(4) -Douglas Nichol and Herbert Giess(2005). Nephrite jade from Mastabia in val

Malenco,Italy. Gemmological Association and Gem Testing Laboratory of Great

Britain.

(5) - Negro Giancarlo, De Michele Vincenzo and Piacenza Benito(2005.) Further remarks on the ochre quarries in the Western Desert, Egypt. A complement to our paper “The Lost Ochre Quarries of king Cheops and Djedefre in the Great Sand Sea (Western Desert of Egypt)”. Published in Sahara volume 16,p.121-127, Pl. G-P, and to dr. Carlo Bergmann's remarks.

 

 
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