PERLE DI SAGGEZZA

Perle di saggezza

A più di un mese di distanza da questa notizia choc, e visto che non è stata smentita, ne parliamo brevemente.

Prendo spunto da una bella sintesi di Tiziana Moriconi su tutta la vicenda.

In sintesi oggi la scienza dice che ci sarebbero stati incroci tra i Neanderthal e i Sapiens. E dice anche quando.

Analizzando ossa di un Neanderthal trovate in Croazia e ben conservate al punto tale da contenere il DNA (ABBASTANZA) analizzabile, si è visto che tra 1% e 4% del DNA di uomini moderni contiene tracce di DNA dei Neanderthal. In particolare 1 francese, 1 cinese (Han) e 1 Papua Nuova Guinea hanno queste tracce, mentre NON hanno tracce di DNA di Neanderthal uno Yoruba (W Africa) e un San (nomade Sudafrica).

Lo studio, firmato da Svante Paabo del Max Planck Institute di Lipsia e pubblicato su Science, dice anche che l'incrocio sarebbe avvenuto tra 38300 e 44400 anni fa. Dico SAREBBE perchè ancora si è alla conferma di una migliore percentuale della affidabilità di lettura delle sequenze genetiche.

E' tuttavia notevole che questo studio ha risultati che vanno nel senso di un precedente studio della New Mexico University che, in modo del tutto indipendente e non analizzando il campione d'osso croato ha ipotizzato che ci siano stati DUE episodi di incroci: 45000 anni fa e 80000 anni fa.

E non è poco. La ipotesi di incroci Neanderthal Sapiens fino ad ora godeva di poco credito.

Lorenzo De Cola

 

Arnaldo Cipolla, AL LAGO CIAD (dic 1934)

Il libro (casa editrice Giacomo Agnelli Milano) è una miniera di notizie interessanti, a condizione di sapere che la visione (dichiaratamente fascista) dell'autore è tale da privilegiare alcune circostanze e appena accennarne ad altre. Mi riferisco per esempio alle molte affermazioni concernenti la "speranza" di molti commercianti ciadiani (così viene scritto) che l'impero fascista si aprisse la via - attraverso il deserto e il resto d'Africa - all'Atlantico. Si, avete capito bene. Infatti il sottotitolo del libro è "lungo le vie atlantiche della Libia". Ciò detto, e dunque considerata la pesante tara che il libro reca nelle sue pagine, va detto che Arnaldo Cipolla era un corrispondente del Corriere della Sera e che per lavoro e per passione fece il giro del mondo, scrivendo articoli e libri che si leggono con piacere e che rivelano ancor oggi la profondità di intenti culturali e etnologici che li caratterizza. Le prime pagine sono una girandola di notizie di contestualizzazione (per il lettore d'allora) di cosa fosse il Ciad e di che rilievo avesse o potesse avere in futuro per lo scacchiere africano. E cominciano le notizie curiose. A pag 8 ci viene detto che il sultano di Kano si prepara a un pellegrinaggio alla Mecca in...auto! (roba da far invidia a Almasy). L'itinerario è Niger Uadai Darfur Sudan Inglese Khartum. A pag 10 apprendo che Balbo (Italo Balbo, non il Balbo dei fratelli Castiglioni...) sorvolò il Tibesti (argomento che Cipolla non manca di sottolineare per alimentare nel lettore le sue speranze di futuri itinerari africani del futuro impero...). A pag 11 12 ci vengono riassunti i commerci Libia-Ciad. Si tratta di cospicui commerci, che non credevo esistessero ancora in quella misura negli anni trenta. A pag 13 ci viene ricordata la spedizione della Duchessa Elena d'Aosta (1932) Nguigmi Bilma Djado....Tummo! (comunque una bella passeggiatina!) A pag 37 viene citata una circostanza assai interessante: viene menzionato uno svedese che girava in Africa da tre anni con due cammelli. Sarebbe estremamente interessante ritrovare i diari di questo viaggiatore, che devono essere una vera miniera di informazioni utili e poco note. Poi una considerazione più ludica: ma chi va a dirlo a Bergmann che è stato preceduto? A pag 64 una convinzione ciadiana: il lago Ciad subisce periodi di grandi magre e di grandi piene ogni 5 anni e ogni 80 anni si produce un disseccamento quasi totale dell'intera superficie lacustre seguito da una piena formidabile. Cipolla aggiunge prudentemente che tutto ciò concerne un problema che la "scienza geografica" non ha ancora risolto. Ma dal punto di vista nostro interessante ritenere che vi è la tradizione di enormi variazioni di livello del lago. A pag 100 veniamo informati che gli Haddam Nisciab sono una tribù ciadiana che è l'unica a usare l'arco (siamo a S di Mao) A pag 119 abbiamo un'idea di come nasca una incredibile leggenda: a proposito di un episodio di lotta tra donne fuori del forte di Mao, un militare francese racconta a Cipolla alcune storie "appena credibili" di "battaglie fra donne Tibbu e donne Targui, nel caos coloratissimo dello Unianga Kebir, nella depressione fra Tibesti e Ennedi: Battaglie fra sole donne con con le armi degli uomini e spesso a cavallo sulle rive dei laghi salati d'un azzurro intensissimo, limitati da alte roccie (sic) bianche coperte di preistorici bassorilievi riproducenti faccie (sic) di umanità sconosciute". No comment. A pag 121 un particolare interessante sulla Takuba, la spada dei Tuaregh. E' una spada dritta e senza punta, per colpire esclusivamente di taglio, come afferma Tito Livio. Infine a pag 127 un cenno sui "tam tam " dei "guerrieri Goran cioè Tibbu. Questi armati di zagaglie si contentano di passeggiare a grandi passi con un'aria che senza dubbio immaginano impressionante e bellicosa". Lasciamo dunque Cipolla con i suoi capitoli "l'ombra di Matteucci e la priorità dell'Italia al Ciad" e "nozione italico-novecentista del Sahara" in viaggio verso il Camerun e il Congo.

Lorenzo De Cola

 

Non solo tra i pigmei Ba Binga

In un gran bel libro (Fiumi di pietra, Edizioni Lativa, 1986)) scritto dal nostro Presidente, e tuttora punto di riferimento per gli studi sull'arte rupestre del Messak Settafet (Libia), a proposito dei celebri elefanti di In Galguien si legge (pag 50) che il tipo di caccia con la sola lancia all'elefante, come raffigurata nell'incisione, è un sistema venatorio praticato dai pigmei Ba Binga, nelle foreste del Gabon. Il cacciatore si pone sotto il ventre dell'elefante con una lancia piantata nel terreno e i battitori improvvisamente provocano un frastuono in una direzione diversa dalla quale è diretto lo sguardo del pachiderma. Quest'ultimo per girarsi in velocità DEVE accucciarsi sulle zampe posteriori, e così facendo si infigge da solo la grossa lancia nel ventre e muore dissanguatoSegnalo comunque che lo stesso sistema veniva usato fino a pochi decenni or sono nell'area del Bahr el Ghazal (fiume delle gazzelle), inteso questa volta come affluente sinistro (occidentale) che si getta nel Nilo Bianco all'altezza del lago No, vicino a Yoyniang.

Ce lo racconta il padre Pietro Ribero in "Vita selvaggia nel Bahr el Ghazal", edito dall'Istituto Missioni Africane di Verona nel 1947). Il libro ci descrive un missionario letteralmente divorato dalla passione per la caccia e più che contento di procurare cibo tramite la sua passione ogni volta che ve ne fosse bisogno. Il missionario è un buon conoscitore degli animali: in poche righe destituisce di credibilità la diceria che vi siano elefanti con quattro zanne. La sua descrizione della tecnica venatoria all'elefante mi sembra quindi assai credibile, anche quando dice che "alcune tribù" utilizzino questa tecnica.

P. 23 "Presso alcune tribù si adopera solo la lancia per la caccia agli elefanti, ecco come.

Si costituisce un gruppo di uomini e giovanotti volonterosi: i quali preparano una lancia lunga una settantina di centimetri, larga, ben affilata e appuntita. La innestano ad una lancia lunga tre o quattro metri e con essa partono in cerca di elefanti. Oltre alla poderosa alabarda che forma il perno della spedizione ed è portata dai più robusti, ogni uomo della comitiva è armato di lance ordinarie.

Avvicinato di sottovento a tergo un elefante, gli conficcano l'arma tagliente nel fianco e con destrezza da saltimbanchi seguono le prime mosse dell'animale colpito, senza mai mollare, anzi spingendola con tutta la forza, per allargare sempre più la ferita. Nello stesso tempo altri uomini sbucano da varie parti e scagliano i loro giavellotti mirando alle parti più vulnerabili e più vitali. La lotta è impegnata. L'abilità degli assalitori concederà una vittoria più o meno facile con un numero più o meno ridotto di malmenati o anche uccisi dalla furia elefantina".

La differenza più evidente tra questa caccia è quella dei Ba Binga è che in quel caso il capocaccia riesce a giungere tra le zampe dell'elefante, manovra evidentemente possibile in caso di fitta giungla e del tutto impossibile in caso di savana.

Il fatto di ritrovare questa tecnica venatoria in Sudan, a mio avviso è interessante in quanto il paragone venatorio riguarda un'area geograficamente più vicina all'incisione e nello stesso tempo segnala una vasta estensione di questa singolare tecnica venatoria.

Che sia un'eredità di quel sostrato culturale africano di base più volte ipotizzato?

Lorenzo De Cola

 

 
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