di Lorenzo De Cola

Bedu è il nome con il quale Stefano Malatesta, che commenta Wilfred Thesinger (autore di Arabian Sands), definisce i Bait Kathir, i Rashid, gli Awamir e gli altri ristretti gruppi di nomadi, gli unici in grado di sopravvivere nelle terribili distese desertiche della penisola araba.
Malatesta riporta che Sultan, un Bait Kathir, riferisce a Thesinger che a questi nomadi hanno la capacità di poter non bere per lunghissimi periodi, nutrendosi di carne di dromedario e bevendo il loro latte.
A loro volta i dromedari potevano non bere per un periodo massimo di venti giorni, ma riuscivano in alcuni anni fortunati a restare tra le sabbie a causa del pascolo (avete capito bene) che si crea nel deserto, anche per lunghi periodi, fino a tre anni (avete capito bene) a causa di alcune rare ma provvidenziali piogge.
Non mi è chiaro il nesso causale: sta bene che i cammelli pascolino, ma poi entro i venti giorni devono essere di ritorno all'abbeverata.
E i cammellieri?
Perchè mai dovrebbero starsene senza bere?
Per quel che ne so alcune etnie subsahariane (Peulh) e anche in Africa equatoriale (Maasai) bevono regolarmente il latte del loro bestiame, ma non sono a conoscenza di capacità di resistenza così prolungate. Non mi quadra.
Conosco un proverbio Tuareg che dice Aman Iman ! Akkh essouda! e cioè L'acqua è la vita (ma) il latte è la forza!
Quel che conosco io forse conta pochino...
Qualcuno di voi ha letto Arabian Sands e può confermare o meno Malatesta? (Stefano Malatesta Il Gran Mare di Sabbia, 2001)
Dico questo perchè il nostro presidente non è del tutto d'accordo su alcune affermazioni contenute nel capitolo tre di questo libro che tratta di un tal Ladislao...
Capitolo tre e alimentazione estrema dei "Bedu"a parte, è una lettura che consiglio